IL BANCO DI LETTURA

dal numero 34/2007

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GIUSEPPE PARINI
E L'ESALTAZIONE DEL VOLO

di Anna Bellio

        Sul finire del Settecento, l'Europa è attraversata dal tam tam dei primi tentativi di volo su pallone aerostatico; dopo una secolare storia di studi, calcoli e tentativi di volo con l'aiuto di ali posticce, dalla seicentesca barca volante, ideata dal conte Francesco Lana de' Terzi della Compagnia di Gesù, alla mongolfiera il passo è solo di un secolo durante il quale, comunque, azzardi e incidenti sono assai comuni.
        In Francia, intorno alla metà del Settecento, un nobile signore di corte, credendosi un novello Dedalo, si presenta, nel giorno e all'ora annunciati, alla finestra del suo palazzo lungo la Senna; è munito di enormi ali, da lui congegnate proporzionalmente al peso del suo corpo; si lancia a volo per attraversare longitudinalmente il fiume e posarsi nel giardino delle Tuileries. Per un breve tratto, muovendo maestosamente le ali battenti, il nobile aviatore veleggia in aria, ma non trascorrono che pochi minuti ed ecco Dedalo trasformato in Icaro. L'incauto, temerario marchese precipita sul coperto di una grossa barca da lavandaie.
        Suggestionato forse da questo, che fu uno dei più bizzarri tentativi di volo, compiuto a Parigi nel 1742 dal sessantaduenne marchese di Bacqueville, Rousseau, in un suo trattatello sull'arte di volare, scrive:

Noi camminiamo sul terreno, noi voghiamo sull'acqua, noi giungiamo a nuotarvi e a percorrerla dentro. Perché mai la via dell'aria sarebbe ella vietata alla nostra industria? [...]
Dapprima non faremo che svolazzare, sfiorando la terra come i giovani stornelli, ma ben presto, resi arditi dall'abitudine e dall'esperienza, ci slanceremo nell'aria con impeto di aquila, e ci divertiremo a riguardare sotto di noi l'affaccendarsi puerile di quei piccoli uomini, che strisciano miseramente nella terra.

        Solo un letterato poteva esporsi, in modo così disarmante, con uno stile e con argomenti che non hanno nulla di scientifico, a formulare ipotesi che annunciano probabile ciò che, al momento, appare assurdo.
        La battuta finale della citazione è chiara testimonianza di quanto il volo appaia, all'uomo di ogni tempo, occasione di alterità e privilegio. Rousseau insiste quindi nel profetizzare il volo e si scaglia contro i pessimisti: «Ma è proprio vero che l'impossibilità di elevarsi in aria sia dimostrata?». Attacca i derisori della verità, sui quali, tra l'altro, aveva appena avuto ragione la recente dottrina medica della circolazione del sangue: «L'esser derisa è quasi sempre la sorte della verità. L'ironia e la beffa sono le vere armi dell'errore, al quale il celiare riesce più facile del ragionare». Nell'abbandonarsi alla meravigliata soddisfazione tutta individuale del possibile viaggio aereo, non dimentica di teorizzarne i vantaggi e conclude dicendo che «ogni invenzione utile al genere umano, sebben comune a tutti gli uomini, offre nondimeno innegabili vantaggi ai buoni contro i cattivi, fornendo nuove armi al corpo della società, per ribatterli o star con essi sulle difese».

Giuseppe Parini
Giuseppe Parini in un ritratto dell'epoca

       Per alcuni invece proprio il volo è una diavoleria e forse non sarebbe mal fatto rimettersi nelle mani del Signore; contro i rischi di un'eccessiva presunzione di potenza Clemente Baroni dei Marchesi di Cavalcabò, nel 1753, nel suo Impotenza del demonio di trasportare per l'aere da un luogo all'altro i corpi umani, scrive che no, il demonio non può far volare gli uomini, ma a loro è impossibile volare anche con qualsiasi umano artificio.
        É evidente che nel XVIII secolo si seguono con attenzione e compiacimento i progressi della scienza e della tecnica, ma serpeggiano anche spavento e timore là dove il pregiudizio sopravvive e insinua che alcune iniziative sono dettate dall'intraprendenza maligna del diavolo.
        Diavoli a parte, sul finir della primavera, in una calma e limpida giornata, preludio dell'estate 1783, in una verde regione della Francia, una folla sbalordita di popolani, contadini, contegnosi ed emozionati membri dell'accademia scientifica, funzionari del regno, artigiani, artisti e intellettuali, assistono al sollevarsi del primo pallone aerostatico ad aria calda costruito dai fratelli Joseph-Michel e Jean-Etienne Montgolfier che dirigono l'avventura.
        L'esperimento ha successo, si plaude agli inventori. Tra i presenti corre un fremito d'apprensione, ma anche d'entusiasmo ed è tale, insieme alla meraviglia, l'effetto emotivo, che, come canta Vincenzo Monti nell'ode Al signor di Montgolfier, «i pie' mal fermi agognano / Ir dietro al guardo attento». Immagine felice, rappresenta il pubblico che, affascinato, fanciullescamente si solleva sulla punta dei piedi quasi a seguire la mongolfiera; atteggiamento assai comprensibile di fronte a quello che appare un vero e proprio miracolo.
        L'immaginazione che profetizzava la conquista del cielo, ora anima le opere poetiche, i romanzi e i poemi con gli ammirati eroi del volo. Cosa mai poteva offrirsi di meglio al canto dei numerosi poeti d'occasione che improvvisavano versi nelle Accademie dell'Italia settecentesca un po' scientifica, un po' galante, un po' filosofa, senz'altro divulgativa e in marcia, impettita, sulla via del progresso. Tra i tanti ecco il bolognese Giuseppe Antonio Taruffi, amico e biografo del Metastasio, scrive e pubblica, nel 1784, un carme latino, Montgolfieri machina volans. Carmen elegiacum. Persino gli almanacchi «sono invasi da una forma di pallonite», scrive Galileo Venturini' e infatti a Firenze esce un almanacco con un titolo di grande attualità: Almanacco dei globi aerostatici o Palloni volanti-Ragguagli di moda. Sempre nel 1784 a Milano nasce il primo giornale mensile specializzato in cronache aviatorie, si tratta del «Giornale aerostatico», vero e proprio precursore dei periodici aeronautici non solo in Italia, ma in tutto il mondo.
       
Vittorio Alfieri, commentando l'iniziativa del fisico Jacques Charles che, con Noel Robert, uno dei due fratelli costruttori del pallone a idrogeno, s'innalzò dai giardini delle Tuileries alcuni mesi dopo il riuscito esperimento del signor Montgolfier, scrive nella Vita: «Spettacolo grandioso e sublime; tema più assai poetico che storico; e scoperta a cui, per ottenere il titolo di sublime, altro non manca finora che la possibilità o verisimiglianza di essere adattata a una qualche utilità».
       
L'atteggiamento di Alfieri è, naturalmente, quello del sognatore, del poeta, dell'uomo incantato e stupefatto; così era Rousseau. Entrambi discendono con i piedi per terra quando si tratta di avviare la scoperta entro gli argini di una sua possibile e 'verosimile' funzionalità. Nel confronto Rousseau appare, rispetto all'italiano, abbastanza idealista. L'eccezionalità dell'evento detta ad Alfieri un sonetto nel quale l'astigiano si unisce al coro di quanti celebrano la supremazia della scienza e della tecnica sulla natura tanto che persino il dio Amore, ossia l'audace e il temerario per eccellenza, viene messo in minoranza rispetto all'ingegno e al coraggio dei due pionieri del volo:

J.J. Rousseau

D'Arte a Natura ecco ammirabil guerra;
quasi infuocato razzo a voi lanciarsi
un globo immenso, e nell'aere librarsi
portando al ciel due figli della terra.

[...]

Desio di prisca libertade è fama
ch'ali impennasse al volator primiero:
gloria i due che qui veggio al volo chiama.

Duolmene, Amor; ch'era da te il sentiero:
tu dovevi inspirar sì audace brama;
tu Leandro guidar per l'aure ad Ero.

       Il poeta si rammarica che Amore si sia lasciato superare, per passione e intrepidezza, dal desiderio di gloria che ha animato i due aeronauti Charles e Robert. Non è da sottovalutare la precisazione di Alfieri in questa prima terzina del sonetto: scienza e tecnica, egli dice, sono mossi, ai suoi tempi, dal desiderio di gloria, mentre nel mito classico lo sprone al volo era: «desio di prisca libertade». Dedalo, insomma, aveva aguzzato l'ingegno di costruttore e infiammato il proprio coraggio per fuggire dal labirinto e restituire la libertà e la gioia di vivere al figlioletto Icaro. Una causa pratica molto evidente, una necessità immediata erano alla base del suo agire. Lo spirito illuministico pragmatico e utilitaristico affiora in questi versi alfieriani, così come un altro motivo tipico J.J.Rousseau della riflessione settecentesca: la preoccupazione di conservare in armonia tra loro «Arte» e «Natura».
       
Apparentemente diverso, ma in realtà assai simile per il ricorrere di tali spunti tematici, è il sonetto composto dal Parini per l'ascensione, sopra Milano nel marzo del 1874, del giovane ventunenne, nobile di Brugherio, Paolo Andreani. L'ispirazione pariniana appare meno sentimentale e più esplicitamente moraleggiante rispetto a quella alfieriana. Il poeta di Bosisio lascia senz'altro perdere, per l'occasione, Amore e coinvolge invece con tono esortativo di sapiente la Natura perché si ponga a guida dell'umano agire.
       
Egli, mentre unisce al suono «di mille voci» la sua, cerca di distinguerla sia dal grido entusiastico della celebrazione occasionale, sia dal vociare ironico e burlesco e dai motteggi che accompagnano la 'pallonite' a lui contemporanea.
       
La poesia si apre con le parole del pallone 'gonfiato':

Ecco del mondo, e meraviglia, e gioco,
Farmi grande in un punto, e lieve io sento;
E col fumo nel grembo e al piede il foco
Salgo sull'aere, e mi confido al vento.

L'areostato di Charles e Robert disceso sulla prateria di Nesle

       Al Parini piace personificare, con intenti giocosi, satirici o morali, i simboli del suo tempo; lo fa in particolare per quelli della scienza, delle arti o del costume. Si pensi, ad esempio, agli scherzi poetici in cui parlano ventole e ventolette. Anche l'avvio di questo componimento ha un tono giocoso; il poeta intende smorzare, probabilmente, l'enfasi e la prosopopea di certa stampa; un po' per saggia discrezione, un po' perché lo consigliano i tanti dubbi di una sperimentazione ai suoi inizi. Ecco allora la mongolfiera, pur orgogliosa di sé, presentarsi come meraviglioso «gioco» prodotto della mente e dei calcoli umani, ma poi, salita «sull'aere», in balia, come confessa, del vento: «mi confido al vento». E gioco perché, per il momento, non è governabile, è inoltre prematuro riconoscerle alcuna utile necessità. La seconda quartina e i versi successivi entrano nel vivo della riflessione morale del Parini, a parlare è sempre la macchina:

E mentre aprir novo cammino io tento
All'uom, cui l'onda, e cui la terra è poco,
Fra i ciechi moti, e l'ancor dubbio evento,
Alto gridando, la Natura invoco.

0 madre de le cose, arbitrio prenda
L'uomo per me di questo aereo regno,
Se ciò fia mai che più beato il renda.

Ma se nocer gli dee, l'audace ingegno
Perda l'opra e il consiglio; e in cielo splenda
Di una stolta imprudenza eterno segno.

       La mongolfiera è assai realista; interpreta bene l'ansia dell'uomo di ampliare i confini della propria esistenza e nel contempo riconosce che, nell'aiutarlo in simile ambizione, essa procede per tentativi: «fra i ciechi moti, e l'ancor dubbio evento». Sono determinanti, per il senso della meditazione pariniana, gli aggettivi «ciechi» e «dubbio»; sono il contrario dei lumi della ragione illuminista e delle realtà chiare ed evidenti del razionalismo settecentesco. Tanto è incerta la macchina aerostatica che invoca la Natura affinché la soccorra quando, per accontentare l'uomo che non si accontenta di dominare acqua e terra, gli par poco, tenta il «dubbio evento». Si noti il gioco allusivo delle rime: «tento» rima con «evento» e «poco» con «invoco».
       

Vittorio Alfieri

       Qual è mai dunque il ruolo, a cui è chiamata la Natura, «Madre delle cose»? Ella deve discernere se l'ambizione umana ha in sé, nel caso del volo, la capacità di rendere l'uomo «beato», se ciò non accadesse, o se dalla conquista «dell'aereo regno» gliene potesse derivare un male allora il pallone volante dovrebbe rimanere segno esemplare di «stolta» impotenza. Ci si soffermi, come si è fatto poco sopra, sull'uso espressivo della rima nelle due terzine del sonetto: «prenda» ha il suono corrispondente in «renda» e «ingegno» in «segno» con intenzione ironica..
      
Si noti l'equilibrato e sapiente atteggiamento del poeta, disposto ad accettare qualsiasi novità renda l'uomo felice, ma non tanto ingenuo da non temere invece il contrario. Certo il pericolo non sta nella macchina in sé, bensì nell'uso che se ne può fare; addirittura, nell'invenzione poetica, il Parini dona alla mongolfiera la saggezza presumibile nell'uomo, nasconde quindi, in questi versi, una sottile sfiducia nei confronti dei propri simili.
        Si può affermare che, di fronte allo spettacolo delle ascensioni in pallone, la meraviglia e l'ammirazione, senza dubbio provate dal Parini, non riducono al silenzio il suo severo moralismo, non più di tanto trattenuto, ad inizio del sonetto, dall'arguto accenno a considerare l'evento aviatorio quasi un gioco.
        Del resto è così che, nei mesi sul finire del 1783 e l'inizio dell'84, in campagna, per le strade cittadine, alle ricche mense dei signori milanesi, le pionieristiche imprese aviatorie passano di bocca in bocca, per lo più come straordinario e audace spettacolo o curiosità scientifica al pari del coevo parafulmine. Si legga dalla Recita de' versi dello stesso Parini là dove egli sintetizza gli argomenti di conversazione degli invitati, comodamente seduti al convito:

A Giove altri l'armata
Destra di fulmin spoglia; ed altri a volo
Sopra l'aria domata
Osa portar novelle genti al polo.
Tal sedendo confida
Ciascuno; e sua ragion fa de le grida.

       Quasi increduli e incerti sugli sviluppi futuri del mirabile successo aviatorio, gli spettatori comuni non ipotizzano applicazioni della mongolfiera, ma non sfugge al Parini e ai pensatori suoi contemporanei che se

Non è dato ai mortali
Fabbricarsi da sé la sorte amica;
Che gran serie di casi il corso implica
Fin da i primi natali

       certo i mortali possono, col loro comportamento, addirittura inimicarsela, la sorte, fabbricandosi l'infelicità. Pietro Verri ha da qualche anno concluso il Discorso sulla felicità e Parini consente con il grande lombardo che afferma essere «l'ambizione forse la passione la più funesta insieme e la più benemerita; a lei dobbiamo la massima parte de' politici disastri e delle più grandi e utili imprese; i desideri che la costituiscono hanno per oggetto la gloria, la stima, gli onori», ma tutti vanno regolati da una retta ragione e sorretti da sicura virtù:

la sola virtù può farci godere quel poco di felicità di cui siamo capaci, e la sola coltura della mente può farci conoscere in ogni caso la strada della virtù.

       Non trascorre molto tempo e già la mongolfiera vola sui campi di battaglia: come concludeva dunque il Parini il suo sonetto? «ma se nocer gli dee...»        S'intensificano, negli anni seguenti, le ascensioni; dall'Arena di Milano si levano, sui palloni, ambizioni umane insieme a slanci di generosa esplorazione: dalla mongolfiera al dirigibile, dall'aereo al jet ai razzi spaziali, oggi si è tutti testimoni di come il bene e il male siano, anche nel campo della tecnica, difficilmente separabili.

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